venerdì 30 gennaio 2015

La Ritardataria

Cari amici,
ecco la seconda parte del racconto che vi ho fatto iniziare a leggere ieri. Spero che vi sia piaciuto o che comunque lo abbiate letto. Buona lettura! 


Oltre ai racconti di nonna Ada, c'erano le parole che la Ritardataria aveva letto nei libri di Walter Bonatti che le avevano aperto gli occhi su nuovi colori, nuovi paesaggi, nuovi obiettivi. Non voleva scalare il K2, ma voleva capire di più la montagna, voleva conoscerne le tradizioni, voleva capire la vita che aveva fatto sua nonna, voleva assaporare anche lei quell'emozione che nonna e Walter sapevano trasmetterle solamente parlando delle loro passioni.

Era facile essere entusiasti dei propri desideri, il difficile era rimanerlo anche quando, dietro l'angolo, si inciampava in un ostacolo. Quanti avrebbero capito questo suo voler ritornare alle origini, quanti l'avrebbero capita e non presa per pazza?
Nonostante l'incertezza, la Ritardataria era convinta di quella sua decisione e questo suo sentimento si era notevolmente rafforzato quando, in un libro di Walter Bonatti, aveva letto questa riflessione:

“Quando si è molto giovani capita di non sapere bene chi si è e che cosa si vuole dalla vita. Indubbiamente però noi tutti disponiamo di un misterioso filo conduttore che prima o poi finirà per farci scegliere ciò che per indole è già latente in noi, e servirà a costruire la nostra personalità.”

Quelle erano le parole di cui la Ritardataria aveva bisogno. Lei era cresciuta col mare davanti agli occhi e le piaceva, ma non provava quelle vertigini che le provocavano i racconti di nonna Ada. Forse era proprio il legame con nonna Ada che le aveva risvegliato quel desiderio di conoscere le radici dalle quali, seppur in parte, proveniva e di rivivere i luoghi che avevano custodito lo spirito di nonna Ada quando era poco più di una bambina.
Ma la Ritardataria non voleva solamente ricordare le parole di nonna Ada e leggere le riflessioni degli altri.
Lei voleva assaporare queste esperienze e scriverne di proprie.
Voleva capire cosa significava dormire in un bosco, tagliare la legna, arrampicarsi su una parete e magari fasciare le sbucciature.
Non voleva vivere in montagna.
Voleva vivere la montagna.
L'incertezza delle preposizioni lasciava spazio alla determinazione degli articoli.

Così, come spesso capita a vent'anni, la Ritardataria aveva voglia di cavarsela da sola, di lasciare la famiglia. Si era data da fare e aveva trovato un rifugio in Trentino - nemmeno troppo lontano dai posti di cui le parlava nonna Ada - che aveva bisogno di “giovani volenterosi e con voglia di imparare a vivere sulle montagne”, caratteristiche che la rispecchiavano pienamente.

Superato l'esame di maturità, dopo aver salutato i professori, gli amici e aver trascorso qualche giornata solamente con la famiglia, la Ritardataria era partita.
Era una giornata di quelle splendide nella sua terra, di quelle in cui si è svegliati dal rumore delle onde del mare e dai raggi del sole che entrano prepotenti dalla finestra e ti illuminano il viso con una carezza.
La Ritardataria si avviava con lo zaino in spalla, pesante non tanto per i vestiti che aveva portato con sé, bensì per i libri e per il cibo che le aveva preparato mamma. Il viaggio era stato faticoso, nonché lungo, sia per tempo che per distanza. Sei ore di treno, fortunatamente senza cambi né ritardi, e altre tre ore di corriera per arrivare fino al paese che era il punto dal quale si partiva per raggiungere il rifugio, a piedi.
La Ritardataria aveva chiesto informazioni ad alcuni abitanti ma, oltre a non capire bene le loro indicazioni, non riusciva a capire perfettamente il dialetto in cui parlavano. Il Nord e il Sud, in questo caso, si scontravano come le onde del mare sugli scogli. Ma come il mare continua il suo percorso e non teme le rocce, così la Ritardataria non si abbatteva facilmente e, all'ennesimo tentativo, aveva trovato una persona che parlava perfettamente l'italiano e le aveva detto che le sarebbe spettata una camminata di almeno due ore.

Verso sera, quando il sole tingeva il cielo e le pendici delle montagne di quell'arancione che sembra dilatare ogni ombra, la Ritardataria era arrivata al rifugio e si era presentata al capo il quale, vedendola, si meravigliò. Tuttavia c'era qualcosa nella Ritardataria che lo convinceva della sua serietà.


Non sapeva nemmeno lui cosa fosse esattamente. Forse vedeva in quegli occhi scuri la
determinazione che aveva cercato in quelli di sua figlia, quella ragazza alla quale aveva provato a trasmettere la sua passione per la montagna, per la vita in mezzo alla natura, e
lei aveva finito per odiare tutto ciò che per lui era motivo d'amore. A quei “crozi” come li definiva lei, aveva preferito la città soffocata di comodità.

Dunque, dopo aver sgranato gli occhi, non aveva aggiunto altro. Le aveva fatto mangiare un piatto di canederli caldi - perchè in montagna anche l'estate si tiene sempre il maglione - e le aveva fatto vedere la stanza che per i prossimi mesi sarebbe stata la sua camera. Appena entrata la Ritardataria aveva visto pochi oggetti ma essenziali: un letto, una mensola con una bacinella appoggiata sopra e accanto una brocca, una sedia e un tavolo di legno, probabilmente intagliato da un albero malato, disposto sotto la finestra, in modo che da essere illuminato nelle ore di sole.

La Ritardataria aveva iniziato a svuotare il suo zaino. Come prima cosa aveva sistemato i libri che aveva portato con sé. Erano troppi per stare tutti sul tavolo, così aveva scelto di posarne un po' ovunque nella camera. I più preziosi, quelli che le erano stati regalati e quelli che riteneva più importanti, poiché, tra le righe, le avevano fatto capire quale persona voleva diventare, li aveva appoggiati sul tavolo, in modo che non si rovinassero. Le piaceva l'odore della carta accompagnato dall'intenso profumo del legno; immaginava già quando la mattina si sarebbe seduta a quella tavola e avrebbe consumato la sua colazione a base di fette biscottate e parole: le avrebbe spalmate entrambe. Le prime di burro, le altre col calore del cuore. Altri erano in pila vicino al letto, per allietare gli attimi prima del sonno e custodire i suoi sogni. Alcuni li aveva sistemati persino sul davanzale della finestra, le piaceva l'idea di poter trascorrere le ore della notte seduta sul cornicione, la luna e le stelle del cielo a fare da cornice a quel quadro perfetto che erano le parole e la magia che le regalavano.
Una volta sistemati i libri, la Ritardataria aveva riposto alcuni vestiti sulla sedia e aveva appoggiato le scatole di plastica contenenti i sapori della sua terra sul tavolo. Ora aveva tutto il suo mondo racchiuso in pochi metri quadrati: le parole, la carta, il mare e per vedere il resto sarebbe bastato aprire la finestra. Per un attimo quelle mura le erano sembrate il suo rifugio dal mondo e non avrebbe voluto uscirne. Ma non era tempo di nascondersi. Era tempo di iniziare a scrivere una nuova pagina del libro della sua vita.

C'è una sottile differenza tra il vivere in ritardo e l'essere lenti, tuttavia non tutti la sanno cogliere. La Ritardataria, nonostante la sua natura, non aveva mai perso un treno, non aveva mai fatto aspettare nessuno, non si era mai dimenticata di un appuntamento. Fisicamente arrivava alla meta, ma con la mente magari era ancora a ciò che stava facendo prima. Non era una pazza. Semplicemente poteva succedere che, quando incontrava un'amica a pranzo, dopo averla salutata – saltellando di gioia e con gli occhi febbricitanti di felicità - le parlava subito del libro che stava leggendo, oppure le diceva una frase che aveva appena scoperto, ma poi la Ritardataria era completamente a disposizione dell'amica: occhi, orecchie, testa e cuore.

La Ritardataria non era in ritardo neppure questa volta. Lo aveva capito contemplando il cielo durante quella notte, la sua prima notte tra le montagne. Aveva guardato le stelle, stampelle che sorreggono lo sguardo di chi guarda in alto, e aveva visto passare una stella cadente. Era certa che quella fosse la mano di nonna Ada che la salutava e le dava il benvenuto in quei prati sui quali aveva passeggiato.
Era giunto il tempo di mettersi in gioco, di avere il coraggio delle proprie scelte, di non aver paura di osare. Era arrivato il tempo di vivere, di sognare, di volare verso le nuvole.

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