giovedì 6 novembre 2014

Mia madre e le parole mi hanno salvato la vita

Buongiorno amici,
dopo qualche appuntamento saltato, causa connessione birichina, ecco di nuovo le puntate del racconto che vi sto svelando. Manca poco alla fine. Vi avverto! ;)


Stella è cosciente. 
La sua mente lavora. Percepisce suoni, movimenti e cerca di interpretarli. I suoi occhi vedono anche se non sono aperti. E' una strana condizione quella di trovarsi imprigionata nel proprio corpo. Le sembravano cose impossibili. Eppure Stella è presente. Tuttavia non riesce a dimostrarsi sveglia, a comunicare con l'esterno. Non riesce a farsi capire. Ripensandoci, Stella non si sorprende di quel problema, in fondo era sempre stato così anche prima, quando era perfettamente presente. Non sapeva relazionarsi con il mondo attorno a lei nel modo in cui lo facevano i suoi coetanei. Stella era timida. Troppo timida. Era così per carattere, ma le vicende della vita l'avevano portata a chiudersi
ancora di più in se stessa. La sua migliore amica, una delle poche che non si era fermata all'apparenza, dopo mesi di amicizia l'aveva paragonata a un riccio.
- Sfoderi gli aculei sempre, quasi fossero uno scudo. Sei pronta a pungere, ma se una persona trova il giusto modo per conoscerti, ritrai le spine e fai scoprire il tuo mondo. Ed è un mondo bellissimo. Si vedono le tue vere doti, la generosità con cui aiuti gli altri e, al tempo stesso, la tenacia con cui
difendi i tuoi principi, le tue idee, i tuoi cari. -
Ora Stella, in quel letto, ricorda quelle parole e cerca di attuarle ai ricordi della sua vita. Era vero. Non si fidava subito delle persone, andava a sensazione. In pochi aveva trovato degli amici veri. Si fidava molto più delle parole che trovava nei libri. La letteratura e la lettura erano le sue vere passioni e in loro non trovava mai delusioni. I libri la sapevano capire e nelle storie che leggeva riscontrava sensazioni e situazioni che aveva vissuto davvero. In quelle righe apparentemente apatiche, lei trovava una vita dinamica, fatta di personaggi che divenivano persone, di storie che diventavano vite, di idee che diventavano insegnamenti. Stella poteva dire che i libri erano i suoi migliori amici perchè, qualunque stato d'animo provasse, loro la capivano, senza giudicarla. 
Erano come “un balsamo per le ferite.”
Quella frase l'aveva trovata nel “Diario 1941 - 1943” di Etty Hillesum e da allora ne aveva sempre custodito il significato nel cuore. Per Stella i libri erano questo. Un modo di vivere più vite durante lo snodarsi della propria. Un modo di ascoltare altre malinconie e rassicurarsi delle proprie incertezze,
del modo troppo cerebrale con cui pensava i suoi pensieri. Stella era tutto questo e lo era anche ora che, cosciente, non riusciva ad aprire gli occhi. Ma questo i medici non lo avevano ancora capito.

Non sapeva quanto tempo fosse passato prima che la porta si aprisse di nuovo. Per quei minuti era sicura che il suo cuore avesse continuato a battere poiché sentiva il suono di quella macchina che contava il suo battito cardiaco. Il “bip” era costante, regolare. In questo momento le scariche elettriche che regolavano il pulsare del sangue non conoscevano eccezioni, erano disciplinate, armoniche. Né lente, né frettolose. Assomigliavano persino a una musica. Stella rimaneva su quel letto, impotente ma al tempo stesso presente. Non sapeva come reagire a quella situazione che le sembrava assurda, irreale. Eppure lei era lì, pensava, vedeva, ma questa non era la realtà che vedevano gli altri.
Quando la porta si aprì, Stella aveva visto entrare nella stanza Ilenia, sua madre. Era felice di vederla, le aveva sorriso ma, naturalmente, la mamma non lo aveva potuto notare. Ilenia aveva il viso stanco, gli occhi che celavano tutte le emozioni. Stella sapeva bene come sua madre fosse in grado di mascherare i suoi stati d'animo. In quel momento avrebbe potuto anche sentirsi morire dentro, ma
non lo avrebbe mai fatto vedere, quasi percepisse che sua figlia, nonostante gli occhi chiusi, la potesse vedere.
Prese una sedia e si accomodò vicino al letto di Stella. Si sedette, fece cadere la sua borsa in terra e prese la mano di sua figlia.
La guardò.
La chiamò.
Le accarezzò prima il volto e poi i lunghi capelli.
- Stella, sono la mamma, sono qui con te. -
Stella in quel momento avrebbe voluto urlare, farsi sentire, dimostrarsi viva, ma quello che usciva dai suoi pensieri non era percepibile. Mosse le dita della mano che la madre le teneva e allora Ilenia sorrise. 
- So che ci sei, piccola mia. Sono corsa qui appena mi hanno chiamato. Ho parlato con i dottori e mi hanno detto che stai bene, che non c'è nulla, dal punto di vista medico, che non va. Cosa mi stai combinando? -
Stella ora sentiva la voce di sua madre tremare, gli occhi lucidi. Non poteva vederla così e non riuscire a farle sapere che c'era, che non capiva perchè non fosse in grado di smuovere le palpebre.
Ilenia significa “simile al sole” ed era questo per Stella: un faro che illuminava il suo cammino. Come un timone guidava la sua rotta. Aveva sempre il sorriso, anche quando le notizie erano brutte, anche quando le cose non andavano come sperava. Ora però non sorrideva. Stella vedeva il buio nei suoi occhi. Una vibrazione interrompeva quel silenzio. Era il cellulare di Ilenia.
- Pronto Marco, dimmi. -
Stella non poteva sentire quello che Marco stava dicendo a sua madre. La vedeva annuire alle domande e alle affermazioni del fratello. La chiamata durò solo qualche minuto. Mamma si siede accanto a Stella, le accarezza nuovamente il viso. 
- Vado un attimo a casa e torno. Non farmi scherzi, Stella. - sussurrò Ilenia all'orecchio della figlia.


Mamma Ilenia arriva, entra in camera di Stella e prende l'agenda rossa che la figlia tiene sempre sul comodino, accanto ai libri che sta leggendo. La apre e su molte pagine trova dei post-it su cui legge delle frasi tra virgolette. Pensieri dei libri, dai quali Stella non vuole separarsi. Marco, nella telefonata fatta poco fa, le aveva suggerito di parlare a Stella, di starle accanto, e lei aveva pensato che, forse, la forza per aprire gli occhi, l'avrebbe potuta trovare in quei libri e in quelle citazioni che, in molte
occasioni, le avevano dato la forza per andare avanti, per rialzarsi dopo le peggiori cadute. Ilenia infila nella borsa quell'agenda e poi esce subito di casa, precipitandosi in auto. Oramai è sera e il traffico stradale aumenta. I semafori rimangono verdi per pochi minuti. Le vetture che circolano tra le strade assomigliano ai globuli rossi che viaggiano nelle vene di ogni persona. Tutti hanno fretta
perchè hanno qualcosa da fare. C'è chi deve tornare a casa a fare la cena, chi deve correre al lavoro perchè ha il turno di notte, chi sta andando in città per un aperitivo, perfino chi ha appena finito di studiare in biblioteca.
Tutti hanno una meta precisa, un'azione da compiere: come i globuli rossi devono portare il loro ossigeno da qualche parte. Ilenia trova parcheggio a pochi passi dall'ospedale. Decide di fermarsi subito, ora che per fortuna ha trovato un posto per la sua vettura. Scende di corsa, chiude l'auto e inizia a camminare velocemente. Passa davanti a una libreria e i suoi occhi vengono colpiti da una copertina posta in vetrina. E' rossa, con qualche riflesso arancione, ma non è solo il colore a catturare la sua attenzione. Legge il titolo: “Mandami tanta vita”, senza pensarci un attimo di più entra nel negozio e acquista il libro, quasi convinta di avere tra le mani una sorta di amuleto.

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