eccoci con la seconda puntata del racconto che ho iniziato a farvi leggere la settimana scorsa. Spero che vi piaccia: fatemi sapere che ne pensate. Anche le critiche sono ben accette!
Provò a rialzarsi dal divano e ad andare in camera sua. Riuscì a fare ogni movimento, pur mantenendo sempre la mano poggiata sul petto: le sembrava di poter tenere il suo cuore al sicuro. Arrivata in stanza, Stella si sdraiò nuovamente sul letto. Prese il cellulare dal comodino e scrisse un messaggio a suo fratello, spiegandogli quanto le era accaduto. Marco studiava medicina da cinque anni e forse sarebbe stato in grado di rassicurarla. Stella non ebbe nemmeno il tempo di appoggiare il cellulare che subito il telefonino iniziò a vibrare.
- Pronto -
- Ciao Stella, ripetimi cosa è successo. Con calma.-
- Sì, beh. Stanotte mi sono svegliata e il cuore batteva forte. Lo sentivo ovunque: nelle vene, nella testa, nelle orecchie. Ho provato a misurare la pressione contando i battiti ma andavano troppo veloci. Mi sono spaventata. Mi sono stesa sul divano e poi ho cercato di tranquillizzarmi. -
- Ora come stai? -
- Meglio, cioè il battito è sceso. Ma non sono calma, non so cosa sia successo. Pensi possa essere stato qualche bicchiere di troppo? -
- Beh, può essere. Ma il battito è sempre stato regolare anche se accelerato? -
- Sì. Almeno così mi sembrava. -
- Ok. -
- Marco...-
- Mh..? -
- Ho paura. -
- No tranquilla. L'importante è che il battito sia sempre stato regolare. Per sicurezza vai dal medico, anche se non penso ci sia nulla di cui preoccuparsi.-
- Ok. -
- Fammi sapere, Stella. Non andare in università oggi. Rimani a casa e riposa. -
- Va bene -
- Ci sentiamo più tardi. -
- Ok, ciao. E scusa, ma non sapevo chi chiamare. -
- Ma figurati, hai fatto bene. Un abbraccio. -
Sentire la voce di Marco era stato utile per farla calmare. Suo fratello sarebbe diventato un bravo medico se riusciva, anche solo telefonicamente, a tranquillizzarla visto che, da sempre, era famosa in famiglia per la sua predisposizione all'ansia.
Distesa sul letto, sapeva che tra poco la casa si sarebbe svegliata, che mamma sarebbe andata al lavoro e che papà avrebbe fatto lo stesso con qualche minuto di scarto.
Nonostante non stesse ancora bene, preferì non dire nulla ai suoi genitori; probabilmente la sua era tutta suggestione derivante dallo spavento preso qualche ora prima. Avrebbe aspettato sotto le coperte che entrambi fossero andati, dopodiché avrebbe chiamato il medico, oppure ci sarebbe direttamente andata senza preavviso.
D'altronde anche il suo cuore non le aveva lasciato il tempo di programmare nulla e si era imbizzarrito così, all'improvviso.
Erano circa le otto di mattina quando Stella si era presentata all'ambulatorio, sperando di non trovare molte persone in attesa anche a quell'ora. Una volta entrata in sala, fu colta da una piacevole sorpresa: il medico era nel suo studio a visitare un paziente e a lei sarebbe toccato subito dopo. Nel frattempo, prese posto su una sedia e diede un'occhiata al suo cellulare ma non per controllare messaggi o chiamate. Selezionò il cronometro e poi si posizionò due dita sul polso destro. Fece partire il cronometro e contò i suoi “tum-tum” per un minuto che le sembrò durare un'eternità. Mentre ascoltava quel ritmo, sempre regolare, sperava che il suo cuore rallentasse, sperava che tutto questo fosse opera solo dello spavento, ma i battiti erano ancora alti. Delusa dell'esito, cacciò il cellulare in borsa e prese fuori il libro che stava leggendo, con la speranza di leggere senza la compagnia del proprio battito cardiaco nelle orecchie.
Gli occhi percorrevano la strada delle parole, si sentivano a loro agio e, per certi momenti, riuscivano a distrarre l'attenzione di Stella.
La storia che stava leggendo era una di quelle che travolgono la mente e il cuore; le pagine scorrono tra le mani in grandi quantità. Quando accadeva questo, Stella era convinta di avere tra le mani il libro giusto, quello capace di farle compagnia come fosse una persona, quello capace di regalarle emozioni e insegnamenti nuovi. Di solito riusciva sempre a trovare frasi in cui si identificava, in cui riusciva a sostituirsi al protagonista e, allora, le sottolineava e cercava di copiarle nella sua testa e nel suo cuore.
Leggere per Stella era come vivere più vite in una sola. Forse perchè leggere assomiglia a uno spettacolo teatrale: un insieme di istanti affrontati con il pudore per la vita. Ciò le dava sollievo, le permetteva di vedere in modo diverso perfino i momenti negativi. Forse era per questo che non smetteva mai di leggere e di scrivere le frasi che la colpivano su post-it. Prima faceva l'orecchio alla pagina, segnava con una matita il passaggio e poi iniziava a riportarle sulla carta con colori e grafie diverse.
Una volta, mentre era in treno e stava leggendo un romanzo che l'aveva rapita, sfortuna volle che avesse dimenticato i post-it su cui scrivere. Aveva solo un pennarello indelebile e qualche oggetto alla rinfusa in borsa. Scrisse le pagine da sottolineare sul lucchetto del suo armadietto in palestra e una frase sul retro di una banconota. E si sentiva rivoluzionaria, un po' come John Lennon, il cantante preferito di sua madre. In quel modo custodiva gelosamente le citazioni all'interno di un'agenda rossa, quasi come volesse avere le frasi pronte per ogni situazione. Ma questo non significava saper davvero il loro significato, essere cosciente del loro valore.
Stella finisce un capitolo, fa in tempo a sistemare il segnalibro, a posare tutto in borsa, che il medico le dice di entrare in ambulatorio.
La visita dura mezzora, minuti in cui Stella espone tutto quello che era accaduto con precisione, senza fermarsi un attimo. Il medico ascolta attentamente, senza interrompere, poi la fa accomodare sul lettino e le ascolta il cuore. Stella lascia che il fonoscopio freddo si appoggi sulla pelle calda e poi respira, prima lentamente, poi più velocemente, a seconda di ciò che il medico le dice di fare. Respira a fondo, prima con la bocca chiusa, poi con la bocca aperta, infine normalmente, simulando qualche colpo di tosse. Stella, durante la visita, osserva curiosa la libreria del suo medico. Ci sono tanti libri di medicina, tanti testi voluminosi, altri più sottili, altri ancora di uno spessore più accettabile. Non capisce come si possa memorizzare oltre seicento pagine dei manuali di medicina dato che lei fa fatica a sostenere i suoi esami con libri di circa trecento pagine.
Alla fine della visita, il medico era silenzioso, ma tranquillo.
La situazione di Stella era sotto controllo, ma le aveva prescritto degli esami da fare, giusto per rimanere tranquilli e confermare quanto pensava. Stella era uscita dall'ambulatorio facendo un respiro di sollievo. Marco aveva ragione, non doveva allarmarsi.
Il tempo di chiudersi la porta alle spalle, prendere il cellulare e scrivere al fratello che tutto era andato secondo i suoi piani, che Stella decide che sarebbe andata in facoltà. Nella borsa aveva il manuale dell'esame che stava preparando e il quaderno degli appunti. Dato che non c'era nulla che non andava, che senso aveva rimanere a casa quando poteva fare lezione e non perdersi un giorno di vita universitaria?


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