martedì 10 gennaio 2012

Questione di pareri


Carissime lettrici,
oggi voglio chiedervi un contribuito importante, ve la sentite?
Niente che non possiate fare, tranquille.
Come dice l'immagine qui accanto, oggi voglio chiedervi una sincera opinione su quanto tra poco inizierete a leggere. Si tratta di due incipit che avevo scritto un po' di tempo fa per un lavoro scolastico. L'intento sarebbe quello di intrecciare le due storie, ma bando alle ciance.
Pronte?
Allora immergetevi nella lettura!



Sidera.
Anche il latino, ormai lingua morta, aveva trovato un suono dolce per descrivere le luci del firmamento.
Sidera.
Stella.
Parola che rievoca sensazioni chiare, limpide. Pulite. Senza peccato.
Se questo fosse un nome di fanciulla, chiunque immaginerebbe un volto angelico. Quasi ricordando le fattezze delle donne stilnoviste. Quelle che il celebre Dante, con il suo volgare, descrive con pelle chiara, occhi color del cielo e capelli color del sole. Un angelo mandato da lassù per illuminare il mondo. Per accendere le luci tormentate dal buio della paura.
Tutte queste immagini suscitate da una semplice parola.
Sidera.
Ma se io fossi Stella e non fossi la Beatrice di Dante?
Quando i miei genitori decisero di darmi questo nome, non avevano fatto i conti con il mio aspetto. Capelli neri come l'ebano. Carnagione color della sabbia.
Una stella oscura.
E io, ogni giorno, faccio di questo ossimoro la mia vita.


Primo giorno di scuola della terza liceo.
Mia mamma entra in camera alle sei del mattino ed esclama: - Oggi è un nuovo giorno!- Non basta questa specie di “inno alla gioia” per farmi alzare dal letto: ci vuole uno stimolo maggiore, possibilmente non diuretico. Mamma capisce subito. Si avvicina al mio viso e mi bacia sulla fronte. Lì rimarrà per tutta la giornata il suo bacio, il suo risveglio. Il suo gesto d'amore che mi accompagnerà in ogni azione.
Mi alzo dal letto. Dolorante di emozioni.
Vado in cucina.
Il naso assapora il dolce odore del caffè appena fatto e delle brioches appena sfornate: faccio colazione.
Mordo con insicurezza i primi pezzi di pasta zuccherata, farcita al cioccolato.
Non sono più abituata a mangiare. Quando vado a scuola, ben 9 mesi su 12, la mia fame non viene soddisfatta. O meglio, la fame non si presenta proprio. Non è come un cameriere d'albergo che, puntuale, ti porta il pasto in camera. Assomiglia più a un ladro furtivo, che arriva quando meno te lo aspetti. Ma il primo giorno devo essere in forma smagliante, quindi mangio. Le altre mattine niente fame, niente colazione. L'ansia ha il sopravvento. La luce lascia posto al buio.
Combatto la noia quotidiana da sola: perchè dentro sono cava. Vuota, come il mio stomaco senza cibo.
E' pazzesco come, appena svegli, strani pensieri si impadroniscano della mia mente.
Eppure è mia e dovrei averne il controllo.
Quanto amo il condizionale in questi casi: pone sempre delle condizioni e ti salva la vita. Soprattutto durante un'interrogazione. Ma è più forte di me: non riesco a tenere a bada i dubbi. E allora, mentre la brioches continua il suo percorso all'interno del mio corpo, io continuo a guardarmi dentro.
Che cosa mi aspetta oggi?
La mia quotidianità, cioè un'alternanza tra noia e solitudine.
Ma io mi chiamo Stella, giusto?
Allora devo illuminare il mio cammino. Devo lasciare le ombre lucenti dei miei passi sull'asfalto. Devo essere una Stella convinta di sè.
E poco fa mia mamma, con quel bacio, ha accesso una lieve scintilla della mia luce.
Nonostante la sua fiducia, io non riesco a fidarmi di me. Io non sono luce. Lei invece sì.
Mamma non a caso si chiama Ilenia, che in greco significa “simile al sole”.
Lei come un faro illumina il cammino dei marinai, come un timone mi aiuta nella mia rotta. Se non ci fosse lei sarei un pesce senza acqua. Sarei imprigionata in me stessa.
Per fortuna qualcuno mi riporta alla realtà e mi costringe ad abbandonare i pensieri in cerca di luce. Guardo verso i miei piedi.
Due pupille sottili mi fissano. Due occhi accarezzano il mio volto con un solo sguardo.
E' Bionda che mi chiama, a modo suo.
Vuole uscire: la natura la chiama e io la devo accompagnare fuori.
Prendo il guinzaglio ed esco.
Mi accorgo troppo tardi che sono uscita in pigiama e ciabatte.
La giornata è iniziata proprio bene.
Bionda mi tira: almeno con lei so dove andare.




El Agheila, cittadina libica a pochi metri dal mare, inizia a tremare. Come al solito. Sono tempi duri. Niente migliora. O forse nessuno vuole che questo accada.
Nulla si ferma. Tutto è in costante movimento. Proprio per questo non sono riuscito a chiudere occhio stanotte. Manca circa un'ora alla sveglia.
Ho il sonno leggero. Di solito è sufficiente che mio padre bussi alla porta perchè io mi svegli.
Papà è sempre puntuale; quando sulla mia sveglia scoccano le cinque di mattina, subito la sua mano accarezza la mia porta.
Oggi quest'abitudine non sarà necessaria. Sono già sveglio. E penso, immagino. Rifletto.
Cerco di accendere la lampada sul comodino ma la mia mano si scontra con qualcosa: un libro. Consumato, sottolineato. Usato. Studiato.
Sulla copertina c'è ancora l'etichetta con il mio nome: Rashid.
Ora tutti i pensieri della scuola tornano in superficie. Erano sepolti nell'angolo più profondo del mio cuore. Erano il mio segreto.
Che belli i giorni passati sui banchi di scuola. Le giornate avevano uno scopo: l'istruzione.
Parola troppo grande per la mia famiglia. Troppo denaro speso. Troppe ore trascorse lontano da casa.
Ricordo ancora quando mio padre mi aveva dato la brutta notizia.
Era il giorno del mio compleanno. Il primo compleanno in cui ero consapevole della mia felicità. Mi sembrava di volare, di toccare il cielo con un dito. Perchè, forse, avevo capito cosa fare nella mia vita. Forse avevo intuito chi volevo diventare. Un forse troppo grande per essere vivo: è bastato un secondo per farmi tornare alla realtà. Fatta di limiti e di scelte.
A diciotto anni ero costretto a prendere parte al mondo degli adulti e a lasciar perdere le mie ambizioni. Tanto nessuno avrebbe capito un ragazzo che voleva studiare, soprattutto a El Agheila.
Nessun sogno, nessun desiderio. Solo un mondo di doveri.
D'altronde ero riconoscente ai miei genitori. Loro avevano aiutato me. Ora io dovevo aiutare loro. Ma in quell'aula grigia, con una piccola lavagna sporca e consumata dal gesso, attaccata alla parete, avevo trascorso i momenti più spensierati, erano gli unici attimi in cui potevo essere me stesso, senza vergognarmi di niente. Un bambino curioso che poteva conoscere.
E proprio in quel mondo avevo conosciuto il mio migliore amico: Mohamed.
Lui apparteneva alla famiglia più ricca di El Agheila. Io no. Ero povero di moneta, ma non di testa.
Quando gli avevo detto che non sarei più venuto lui mi aveva guardato in faccia: gli occhi dilaniati dalla delusione. Si era alzato e mi aveva girato le spalle, anche nella vita. Così il suo profilo magro, spigoloso, un po' come gli angoli di quei banchi sopra cui ci facevamo compagnia, mi erano apparsi per l'ultima volta.
Dopo quel giorno, non l'avevo più rivisto. Era come se fosse diventato invisibile, ma in città, spesso, si sente parlare di lui, o almeno della sua famiglia.
Mentre ripenso a tutto ciò, accendo la lampada. E la luce fa risplendere ancora di più le sue fattezze. Il giallo color del sole si riflette sui pezzi di vetro colorato della lampada. E allora, le pareti bianche e spoglie della mia camera si trasformano in un arcobaleno in miniatura. Un arcobaleno che solo io posso vedere. Un arcobaleno che mi rallegra. Quando ho bisogno di un sorriso so dove rifugiarmi: nei colori della mia stanza.
Questo il mio rifugio; questo, uno dei pochi momenti positivi della giornata.
Il silenzio. I colori. Il mio sorriso.
Un quadro perfetto, ma la perfezione non esiste, e se si presenta, dura poco.
Il tempo di toccarla, sentirla tra le mani e se n'è già andata.
Non ho più l'età per fantasticare, per sognare un futuro che probabilmente non riuscirò a concretizzare. Sono costretto a perdermi nel mondo degli altri, perchè uno mio non l'ho più. Forse non lo avevo mai avuto. Forse non avevo avuto il tempo di costruirlo. D'altronde i miei mezzi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di Mohamed. Lui può permettersi tutto ciò che vuole. Io no.
Io nemmeno l'amore.
Ma ora non è più tempo per queste considerazioni. Mio padre ha bussato alla porta e il nuovo lavoro mi attende.
Non mi rimane che chiudere tutti questi pensieri in una scatola: il mio cervello. E da lì non farli più uscire.

9 commenti:

  1. Bell'incipit...su su, continuaaa!!!

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  2. Sono contenta ti piaccia Melinda!!
    Sono andata un po' più avanti dell'incipit, vuoi che posti il seguito? :)

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  3. Ieri avevo dato un'occhiata veloce perchè ero di fretta, ma oggi mi sono fermata molto volentieri. Sarà molto bello leggerti, sei un pò come me, alla ricerca di qualcosa. Ad ogni modo ho preferito il secondo racconto, poetico e in questo suo lato, doloroso. Del primo racconto ho amato particolarmente l'inizio, bello davvero. In bocca al lupo :)

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  4. Cara Marika, benvenuta tra noi in questo blog, a quanto pare per ora rigorosamente femminile, che i ragazzi non amino leggere/scrivere? Chissà...
    Hai ragione quando dici che sono alla ricerca di qualcosa, forse di me stessa, o meglio, di ciò che potrei diventare e di cosa la vita mi potrebbe regalare.
    Devo ammettere che il secondo racconto, questo è solo un incipit, è il più difficile da scrivere. Magari nei prossimi post vi regalerò il seguito, che ne dici? ;)

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  5. Bellissimo -dolorante di emozioni- è una delle numerose frasi che ti rubo aspettandone altre dal seguito di questa intricata storia;) costi

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    1. Carissima, che piacere trovare un tuo commento, da un po' non venivi a trovarmi, ma ti aspetto sempre!:) -Dolorante di emozioni- devo ammettere che mi piace molto, è un chiaro esempio di come mi alzo la mattina anche io, non solo Stella!

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  6. Sai qual'è la particolarità che contraddistingue i tuoi scritti? La capacità che hai di far amare i tuoi personaggi. Stella è una ragazza sensibile che ha una bella mente che sta evolvendo e diventerà una splendida persona...e splenderà davvero nonostante i dubbi le ansie e le paure.
    Rashid è la vittima di una società stratificata in cui gli è preclusa ogni possibilità di studio e di miglioramento sociale: anche l'amico benestante, rappresentante di una opulenza che non gli appartiene, gli volta le spalle. Rashid è lo specchio della società e potrebbe chiamarsi Rashid o in altro modo: solo nel sogno americano( che non approvo se non in questa accezione) si è pensato che il merito potesse permettere a chi non aveva mezzi di arrivare alle cariche più elevate. Grazie al cervello che possedeva: un cervello come quello del tuo Rashid. Scusa la lunghezza del commento. Bravissima!!

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    1. Carissima Anthea, innanzitutto ti ringrazio per questi commenti davvero costruttivi e più che graditi! Non preoccuparti della lunghezza, sapere che ciò che scrivo stimola a riflessioni piacevolmente lunghe, mi aiuta a capire di più della mia scrittura, oltre che lusingarmi parecchio.
      Continuerò a pubblicare alcuni pezzi, non troppo presto, così da incuriosirti di più!:)

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